“L’alba di Cerere a Enna”: il potere passa, la memoria resta

Un rito teatrale tra le pietre della Rocca di Cerere racconta l’identità di Enna e riaccende il dialogo tra il mito antico, la memoria collettiva e le responsabilità del presente.
L’alba, sulla Rocca di Cerere, ha qualcosa che sfugge alle parole. Il silenzio della notte che lentamente si ritira, il vento che accarezza le antiche pietre, il sole che affiora dietro il profilo dell’Etna e illumina il cuore della Sicilia sembrano appartenere a un tempo sospeso, dove storia e leggenda smettono di essere due dimensioni separate.
È stato in questo scenario che Enna ha vissuto una delle sue pagine culturali più intense. “L’Alba di Cerere”, promossa dalla Delegazione FAI di Enna, con il suo presidente Antonio Aveni e magistralmente trasformata in teatro dalla regista Elisa Di Dio, non è stata semplicemente una rappresentazione. È stata un’esperienza immersiva, capace di coinvolgere il pubblico in un viaggio che ha unito emozione, identità e memoria.
Sin dalle prime battute, la narrazione ha restituito alla Rocca la sua antica funzione di luogo sacro. Le voci delle donne ennesi, la narratrice (Chiara Gargaglione), la sacerdotessa (Maria Giordano), il coro (Simona Russo e Manuela Acqua), accompagnati dalle delicate e struggenti note del violino del maestro Stefano Termini, hanno guidato gli spettatori lungo un cammino che ricordava più un pellegrinaggio che uno spettacolo teatrale.
Poi sono apparse Cerere e Proserpina, interpretate con intensa sensibilità da Loredana Trovato e Lorenza Savoca. La madre e la figlia, il ciclo eterno delle stagioni, il grano che muore e rinasce, la speranza che non si spegne mai. Il mito, in quel momento, non sembrava appartenere al passato. Sembrava raccontare ancora il presente di una terra che continua a cercare nella propria storia le ragioni della sua identità.
La bellezza dello spettacolo non stava soltanto nella qualità delle interpretazioni o nella straordinaria scenografia naturale offerta dalla Rocca. Stava soprattutto nella capacità di far dialogare il pubblico con la propria memoria collettiva. Per quasi un’ora Enna è tornata a essere la città della dea, il luogo che gli antichi consideravano consacrato a Cerere e dove il rapporto tra uomo, natura e comunità trovava il suo equilibrio.
Ma è con l’ingresso di Marco Tullio Cicerone (Lorenzo Di Dio), che dialoga con il suo amico, lo storico Lucio Atilio Rufo (Pietro Colletta), che la narrazione compie un salto inatteso: all’emozione si unisce la riflessione.
Le parole tratte dalle Verrine, pronunciate davanti al luogo stesso che ispirò una delle più celebri requisitorie dell’antichità, conservano una forza sorprendente. Cicerone non denuncia soltanto il furto delle statue di Cerere compiuto dal governatore Gaio Verre. Denuncia un modo di esercitare il potere che trasforma ciò che appartiene alla collettività in un bene da utilizzare, consumare e, se necessario, saccheggiare.
È qui che il teatro smette di raccontare il passato e comincia a interrogare il presente.
Gaio Verre diventa il simbolo di ogni amministrazione incapace di comprendere il valore del patrimonio che è chiamata a custodire. Non importa l’epoca, non importa il colore politico. Ogni volta che un territorio viene privato della propria identità culturale, ogni volta che il bene comune viene subordinato all’interesse particolare, quella storia ricomincia.
La Sicilia, e soprattutto le sue aree interne, conoscono bene questo rischio. Troppo spesso si parla di sviluppo dimenticando che la prima ricchezza di un territorio è la sua memoria. Monumenti, paesaggi, tradizioni, siti archeologici, teatro e cultura non rappresentano un lusso per pochi, ma il fondamento stesso di una comunità che vuole costruire il proprio futuro.
Per questo la lezione di Cicerone conserva una straordinaria attualità. Governare non significa possedere. Significa custodire. Significa amministrare ciò che appartiene a tutti con il rispetto di chi sa di averlo ricevuto in eredità e di doverlo consegnare, intatto o migliore, alle generazioni successive.
“L’Alba di Cerere” ricorda proprio questo. Che la cultura non è un semplice evento da inserire in un calendario estivo, ma uno strumento capace di formare cittadini più consapevoli. La storia, quando viene raccontata con autenticità, diventa educazione civica. Il teatro diventa partecipazione. Il mito diventa una chiave per leggere il presente.
Alla fine della rappresentazione il pubblico ha applaudito a lungo. Non soltanto per la qualità artistica di uno spettacolo riuscito, ma perché aveva la sensazione di aver assistito a qualcosa di più profondo: un dialogo tra passato e presente.
Forse è proprio questa la vera sfida della politica contemporanea. Non limitarsi ad amministrare il presente, ma saper custodire la memoria, perché una comunità che dimentica le proprie radici rischia di perdere anche la direzione del proprio futuro.
Sulla Rocca di Cerere, all’alba, quella memoria è tornata a parlare. E il suo messaggio è apparso sorprendentemente semplice: il potere passa, il patrimonio resta. A condizione che qualcuno abbia il coraggio e la responsabilità di difenderlo.
Manuela Acqua



