Il costo della promozione: chi sostiene davvero il rilancio di Enna?

Le scelte politiche possono, anzi devono, essere oggetto di confronto. È il principio stesso su cui si fonda una democrazia matura: discutere le decisioni di un’amministrazione non significa attaccare chi governa, ma valutare l’efficacia delle politiche pubbliche e il loro impatto sulla comunità.
Per questo la proposta lanciata dalla Giunta Crisafulli, che invita ristoranti, bar e pubblici esercizi ad applicare uno sconto del 20% nelle ore serali dal 20 al 31 luglio per incentivare la frequentazione del centro storico e favorire il turismo, merita una riflessione che vada oltre gli slogan.
L’obiettivo è condivisibile. Chi potrebbe essere contrario a un’iniziativa che punta a riportare persone nelle strade della città, sostenere il commercio e rendere Enna più attrattiva? Il problema non è il fine, ma lo strumento scelto per raggiungerlo.
La prima domanda è semplice: perché il costo dell’operazione deve gravare esclusivamente sugli esercenti?
La promozione della città è un interesse collettivo. Se il Comune ritiene strategico incentivare i consumi, appare legittimo chiedersi perché l’intero sacrificio economico debba essere sostenuto da una sola categoria, quella che già oggi affronta costi di gestione sempre più elevati. Energia, personale, materie prime, affitti, tasse, occupazione del suolo pubblico: l’estate, per molti operatori del settore, non rappresenta soltanto il periodo di maggiori incassi, ma anche quello in cui aumentano in maniera significativa le spese.
Applicare uno sconto del 20% significa comprimere ulteriormente margini che, in molti casi, sono già ridotti.
Da qui nasce una seconda riflessione.
Diversi operatori avrebbero proposto un percorso diverso: applicare comunque gli sconti ai clienti, ma accompagnando questo sforzo con una riduzione di alcuni tributi comunali, a partire dalla tassa per l’occupazione del suolo pubblico. Sarebbe stato un modo per trasformare l’iniziativa in un vero patto tra pubblico e privato: gli esercenti rinunciano a una parte dei propri ricavi, il Comune rinuncia a una parte del proprio gettito. Un sacrificio condiviso, nell’interesse della città.
Questa ipotesi, però, non avrebbe trovato accoglimento.
Ed è proprio questo l’aspetto che lascia perplessi: l’impressione è che la promozione venga finanziata esclusivamente dalle imprese, senza alcun intervento economico diretto da parte dell’amministrazione.
Un’altra questione riguarda gli effetti concreti dell’iniziativa sul mercato.
Formalmente l’adesione è volontaria. Nella pratica, però, alcuni esercenti raccontano una sensazione diversa. Se alcuni locali applicano lo sconto e altri no, è naturale che una parte della clientela scelga chi offre il prezzo più basso. Così quella che sulla carta è una libera adesione rischia di trasformarsi in una pressione indiretta: non partecipare significa esporsi al rischio di perdere clienti.
Non è un obbligo giuridico, certo. Ma sotto il profilo commerciale il meccanismo può produrre una forma di condizionamento che molti operatori percepiscono come difficile da ignorare.
C’è poi un messaggio culturale che merita attenzione.
Una campagna costruita quasi esclusivamente sugli sconti rischia di trasmettere l’idea che il problema del centro storico sia il costo di una cena o di un aperitivo. Come se i prezzi praticati dagli esercenti fossero il principale ostacolo alla frequentazione della città.
È una lettura che molti commercianti contestano.
Dietro il prezzo di un piatto o di una consumazione esiste una filiera fatta di lavoro, investimenti, tasse, personale qualificato, bollette sempre più pesanti e costi di produzione che negli ultimi anni sono aumentati in maniera significativa. Ridurre tutto a uno sconto rischia di non riconoscere il valore economico e sociale che queste imprese producono ogni giorno.
In questo senso appare significativa anche la posizione espressa da Confcommercio.
L’associazione non ha bocciato la campagna del Comune. Al contrario, ne ha condiviso lo spirito e ha confermato la propria adesione insieme a numerose imprese associate. Ma ha introdotto alcuni elementi di riflessione che sembrano cogliere il cuore della questione.
Secondo Confcommercio, ogni esercente deve poter scegliere liberamente come aderire, senza che lo sconto del 20% diventi l’unica modalità possibile. Si possono immaginare formule promozionali differenti, capaci di valorizzare la qualità dell’offerta senza trasformare il prezzo nell’unico elemento competitivo.
L’associazione chiede inoltre una maggiore programmazione, un confronto preventivo con le categorie economiche e una strategia che coinvolga l’intera filiera del turismo, comprese strutture ricettive e alberghi.
Ed è proprio qui che emerge un ulteriore interrogativo.
Perchè la campagna interessa esclusivamente il comparto food & beverage? Perché non coinvolgere in maniera strutturale anche B&B, alberghi e altre attività ricettive, costruendo pacchetti integrati capaci di aumentare realmente la permanenza dei visitatori in città?
La promozione turistica funziona quando tutti gli attori del sistema si muovono nella stessa direzione.
Infine, c’è un aspetto inevitabilmente politico.
Negli ultimi mesi l’Amministrazione comunale ha scelto di portare al massimo consentito dalla legge le indennità di funzione dei propri amministratori. Una scelta pienamente legittima, prevista dalla normativa vigente, ma che inevitabilmente diventa un elemento del dibattito pubblico.
Per questo appare comprensibile che qualcuno si chieda se, nel momento in cui si chiede agli operatori economici di rinunciare a una parte dei propri incassi per rilanciare il centro storico, anche il Comune avrebbe potuto individuare una forma concreta di partecipazione economica allo sforzo richiesto.
Non si tratta di mettere in discussione le indennità o il diritto degli amministratori a percepirle. Si tratta di interrogarsi sulla coerenza di una strategia che affida quasi interamente agli esercenti il costo di una campagna promozionale pubblica.
Le città crescono quando istituzioni e imprese condividono obiettivi, responsabilità e sacrifici. Se uno solo dei due soggetti è chiamato a sostenere il peso dell’operazione, il rischio è che un’iniziativa nata per rilanciare il centro storico finisca invece per alimentare malumori e divisioni.
Perché il rilancio di Enna passa certamente dalla capacità di attrarre cittadini e turisti, ma passa anche dal rispetto di chi, ogni mattina, alza una saracinesca, investe nella città e continua a tenerne vivo il tessuto economico. E questo valore difficilmente può essere misurato soltanto con una percentuale di sconto.
Manuela Acqua



