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Pasquasia, come una richiesta diventa impresa eroica

Pasquasia, cronaca semiseria di note, dichiarazioni e vittorie.

A Pasquasia, più che l’amianto, rischia di essere difficile smaltire le dichiarazioni.

Il 7 agosto apprendiamo che esiste un “possibile interesse della Presidenza della Regione Siciliana” a trasformare la miniera in deposito definitivo dell’amianto di tutta la Sicilia.

Panico? No, per carità. Non chiamiamolo panico. Diciamo una sobria preoccupazione istituzionale con vista sulla discarica regionale.

Passa qualche settimana e scopriamo che, in realtà, non c’era una decisione del Governo, non c’era una delibera, non c’era una variante approvata. C’era una richiesta… della Protezione civile. Che, va detto, è pur sempre una struttura regionale, incardinata nella Presidenza. Ma tra dire: “la Protezione civile ha chiesto se si può ampliare la capacità della cella”, e dire “esiste un possibile interesse della Presidenza della Regione a convertire Pasquasia nel deposito dell’amianto di tutta la Sicilia”, c’è più o meno la stessa differenza che passa tra: “posso avere il menu?” e “ho comprato il ristorante”. Dettagli.

Nel frattempo arriva l’assessore regionale e spiega che il progetto ufficiale riguarda la bonifica del sito e l’amianto già presente. Poi precisa che alla richiesta di ampliamento la risposta sarà negativa.

A quel punto il capolavoro. La richiesta viene respinta. E quindi? Pasquasia non sarà la discarica d’amianto della Sicilia e si rivendica il merito di essere intervenuti prima che la proposta diventasse un atto definitivo. Naturalmente.

È il vecchio principio della politica preventiva: si prospetta un pericolo, si ottiene la conferma che quel pericolo non si concretizzerà e infine si rivendica di averlo sconfitto.

Una tecnica raffinatissima. Funziona più o meno così:

Fase uno: “Attenzione, potrebbe arrivare un drago”.

Fase due: “Non risulta alcun drago”.

Fase tre: “Grazie al nostro intervento il drago non è arrivato”.

Fase quattro: “Abbiamo sconfitto i draghi!”.

Nel caso di Pasquasia, però, c’è una complicazione linguistica. Perché oggi ci viene spiegato che “noi non abbiamo mai detto che esistesse una deliberazione definitiva del Governo regionale”. Vero. Si era parlato soltanto di un “possibile interesse della Presidenza della Regione” a trasformare Pasquasia in deposito definitivo dell’amianto di tutta la Sicilia. Che è completamente diverso. Talmente diverso che, evidentemente, serve un Consiglio comunale per capirlo.

Poi scopriamo che il problema vero era una nota della Protezione civile. E qui si apre il corso accelerato di diritto amministrativo. La Protezione civile fa parte dell’amministrazione regionale ed è una struttura della Presidenza. Ma non ogni nota della Protezione civile equivale automaticamente a una volontà politica del Presidente della Regione o a una decisione del Governo regionale. Così come una lettera del reparto manutenzione di un Comune non equivale automaticamente al programma politico del sindaco. Almeno fino a nuova interpretazione.

Oggi comunque possiamo stare tranquilli. La richiesta non avrà seguito. Pasquasia non diventerà il deposito regionale dell’amianto. E questa è davvero una buona notizia.

Rimane soltanto un piccolo dubbio. Se la richiesta non era una decisione, se la proposta non era un atto definitivo e se il Governo non aveva deliberato nulla, che cosa esattamente abbiamo impedito? Forse una possibilità. Forse un’ipotesi. Forse un procedimento che avrebbe potuto svilupparsi.

Tutte cose politicamente rilevanti. Ma meno spettacolari di una discarica regionale già pronta a incombere sulla città.

Certo, a voler essere maliziosi, si potrebbe persino pensare che tutto questo lavorio serva anche a dimostrare che le poltrone istituzionali non sono soltanto comode, ma operative. Perché quando gli incarichi pubblici sono accompagnati da compensi tutt’altro che simbolici, ogni tanto può tornare utile mostrare alla cittadinanza che qualcosa si muove, qualcosa si ferma, qualcosa si conquista. Magari anche un pericolo che, prima di essere sconfitto, aveva ancora bisogno di diventare davvero una decisione. Ma naturalmente sarebbe malizia.

E allora forse, per la prossima emergenza, si potrebbe adottare un metodo rivoluzionario.

Fase uno: prima si legge la nota.

Fase due: poi si identifica chi l’ha scritta.

Fase tre: poi si verifica che valore abbia.

Fase quattro: poi si distingue una richiesta da una decisione.

E solo alla fine si comunica alla città cosa sta succedendo. Così, giusto per non creare qualche preoccupazione in più del necessario.

Metodo noioso, certo. Ma pare si chiami amministrazione.

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