Cultura

Le Radici del Dissenso: quando il transfemminismo diventa uno specchio per l’anima

Ci sono serate che non si esauriscono nel momento in cui si spengono le luci o si smette di parlare al microfono. Ci sono incontri che ti si piantano dentro come semi, destinati a far fiorire domande scomode, necessarie, vive. È esattamente questo ciò che è accaduto questa sera tra le mura accoglienti del Caffè Letterario Al kenisa di Enna, che per qualche ora è diventato il baricentro di un dialogo vibrante sulla pluralità del transfemminismo, nell’ambito della cornice dell’Enna Pride.

Il titolo dell’evento, “Le radici del dissenso”, evocava già una promessa: non un semplice dibattito teorico, ma un viaggio verso le fondamenta di un pensiero che disturba per liberare, che scuote l’asfalto delle nostre certezze per far respirare la terra che sta sotto.

Sedersi ad ascoltare le relatrici, in quello che in realtà è stato un talk dove chiunque era libero di dar voce al proprio pensiero, è stato come assistere a una polifonia in cui ogni nota, pur nella sua unicità, risuonava in armonia con le altre. C’era la forza di Eva Sassi Croce, attivista transfemminista radicale e performer, capace di portare nello spazio pubblico l’attivismo kinky e l’antispecismo, ricordandoci che il corpo è, intrinsecamente, il primo e più autentico manifesto politico. C’era la concretezza dolorosa e quotidiana di Maria Grasso, presidente del centro antiviolenza “Donneinsieme Sandra Crescimanno” di Piazza Armerina, la cui voce porta con sé il peso e la dignità delle storie di chi lotta per riemergere dal silenzio della violenza. E ancora, lo sguardo lucido e clinico di Tiziana Portera, consulente sessuologa e fondatrice del movimento “ultracorpi”, che con precisione chirurgica e profonda umanità smonta pezzo per pezzo quei modelli normativi, legati a generi e orientamenti, che per secoli ci hanno convinti che esista un unico modo “giusto” di desiderare ed essere.

Mentre le parole scorrevano, l’aria nella stanza si faceva densa. Non si parlava di “tolleranza” – termine ormai obsoleto che presuppone sempre una concessione dall’alto, ma di una pluralità radicale. Ci si è guardati negli occhi per riscoprire che le radici del dissenso non nascono dall’odio, ma da una disperata e bellissima forma di amore per l’umanità. Il dissenso come atto di cura.

L’errore più grande che si possa fare lasciando un incontro del genere è cercare risposte preconfezionate, formule magiche da applicare alla realtà per sentirsi “dalla parte giusta”. Il transfemminismo, se vissuto nella sua reale essenza, non offre porti sicuri è, al contrario, un mare aperto.

Finito l’incontro, le domande hanno cominciato a farsi spazio nel silenzio:

Quanto spazio lasciamo all’altro prima di tentare di catalogarlo, definirlo o normalizzarlo?

In che modo le nostre micro-scelte quotidiane nutrono quegli stessi modelli normativi che a parole critichiamo?

Siamo davvero disposti ad accettare un dissenso che metta in discussione i nostri personali privilegi e non solo quelli degli altri?

Che cosa significa, oggi, accogliere la vulnerabilità del corpo come uno spazio di libertà e non di vergogna?

Questo incontro ci ha ricordato che il dissenso ha radici antiche e ramificate. È l’urlo silenzioso di chi non si riconosce nei binari stretti di una società performativa, è il lavoro quotidiano di chi accoglie le vittime di violenza, è lo studio scientifico che decostruisce il pregiudizio, è l’arte che svela l’indicibile.

Forse la vera rivoluzione non sta nel trovare l’accordo perfetto su ogni singola teoria, ma nel saper stare insieme nella complessità. Saper abitare il dubbio. Le radici del dissenso ci hanno insegnato che prima di pretendere di cambiare il mondo, dobbiamo avere il coraggio di lasciarci guardare dentro, accettando che la nostra stessa identità sia un territorio in continuo, meraviglioso divenire.

Ripartiamo da qui. Non dalle risposte, ma dall’urgenza di continuare a porci le domande giuste.

L’appuntamento adesso è per domani, 30 maggio 2026, per il terzo Enna Pride. Un evento tutt’altro che scontato, che quest’anno porta con sé un titolo che suona come una promessa collettiva: “Sepolte… rifioriamo”.

Manuela Acqua

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