Cultura

Il ratto di Proserpina, una vita per svelarne il mistero: la straordinaria ricerca del geologo Patrinicola tra mito e scienza

Aveva sette anni quando cominciò a cercare la grotta in cui, secondo il mito, Plutone trascinò Proserpina nel regno degli Inferi. Oggi, superati gli ottant’anni, il geologo ennese Francesco Paolo Patrinicola è convinto di averla finalmente individuata. In mezzo, quasi settant’anni di ricerche, sopralluoghi, studi, ostacoli e una determinazione che non ha mai conosciuto cedimenti. Una vita intera trascorsa a inseguire il mistero più affascinante della sua terra.

È soprattutto la storia di questa straordinaria passione quella racchiusa nel volume “Considerazioni geomorfologiche sui luoghi del ratto di Proserpina”, edito da Euno Edizioni e presentato sabato 17 ottobre all’Urban Center di Enna, con l’intervento dell’archeologo Paolo D’Angelo. Un libro che va ben oltre la ricerca scientifica, perché racconta anche la caparbietà di un uomo che non ha mai smesso di credere nella possibilità di trovare una risposta a un interrogativo che lo accompagna dall’infanzia.

E se il ratto di Proserpina non fosse soltanto un mito? Se dietro il racconto della giovane Kore, rapita da Plutone e trascinata nelle viscere della terra, si nascondesse il ricordo di un evento realmente accaduto, successivamente trasformato dalla tradizione in leggenda? È questa l’ipotesi che Patrinicola ha inseguito per gran parte della sua esistenza, affidandosi non soltanto alle testimonianze degli autori antichi, ma soprattutto alla conoscenza geologica di un territorio che ha studiato per oltre mezzo secolo.

Laureato in Scienze geologiche all’Università La Sapienza di Roma, già docente di Scienze naturali all’Istituto Magistrale Dante Alighieri di Enna, Patrinicola ha dedicato la propria attività professionale allo studio delle caratteristiche del territorio ennese. Ma accanto al rigore scientifico ha sempre custodito quella curiosità nata da bambino, quando le grotte, i dirupi e le cavità intorno al lago di Pergusa alimentavano la sua immaginazione e il desiderio di scoprire dove potesse trovarsi la misteriosa spelonca del mito. Con il trascorrere degli anni, quella che poteva sembrare soltanto una suggestione infantile si è trasformata in un’indagine sempre più approfondita, fatta di osservazioni sul campo, rilievi geologici, analisi delle formazioni rocciose e ricostruzioni delle trasformazioni subite dal paesaggio.

La svolta è arrivata quando Patrinicola aveva ormai superato gli ottant’anni, grazie anche all’incontro con il poeta e ricercatore ennese Giuseppe Mistretta, autore della presentazione del volume e figura determinante nell’ultima fase delle ricerche. Mistretta, attraverso lo studio di antichi documenti e testimonianze storiche, ha riportato all’attenzione del geologo alcuni particolari contenuti nelle descrizioni di Diodoro Siculo. Indicazioni rimaste per secoli affidate alla narrazione letteraria, ma che, rilette attraverso le conoscenze geologiche, hanno assunto per Patrinicola un significato completamente nuovo. In particolare, il riferimento a una spelonca orientata verso settentrione e a una profonda voragine ha permesso allo studioso di restringere il campo delle ricerche, fino a individuare un’area a nord del bacino di Pergusa, verso contrada Santa Caterina, le cui caratteristiche geomorfologiche ritiene compatibili con le descrizioni tramandate.

Secondo la sua ricostruzione, la leggenda potrebbe custodire la memoria di un fenomeno naturale di particolare intensità, legato a movimenti tettonici, cedimenti del terreno e alla formazione di cavità profonde. Il racconto della discesa di Proserpina negli Inferi potrebbe dunque avere avuto origine da un evento reale, successivamente rielaborato attraverso le credenze religiose e l’immaginario delle popolazioni antiche. Una teoria suggestiva, che apre nuove prospettive di interpretazione del mito, pur richiedendo ulteriori verifiche scientifiche. Ed è proprio su questo aspetto che emerge un altro capitolo della lunga battaglia personale di Patrinicola.

Il percorso di Patrinicola non è stato privo di ostacoli. Nel giugno del 2022 il geologo si è visto negare dalla Soprintendenza di Enna l’autorizzazione a effettuare alcune indagini geotecniche nell’area archeologica di Cozzo Matrice. Un passaggio documentato da una comunicazione ufficiale nella quale l’ente motiva il diniego con la necessità di tutelare un sito sottoposto a vincolo archeologico, ritenendo che le perforazioni previste potessero compromettere eventuali strutture archeologiche presenti nel sottosuolo. Una decisione legata, dunque, a esigenze di tutela archeologica, ma che per Patrinicola ha rappresentato una battuta d’arresto importante. Quelle indagini, secondo il geologo, avrebbero potuto fornire ulteriori elementi a sostegno della sua ricostruzione. Il mancato approfondimento non ha però spento la determinazione dello studioso, che ha continuato a confrontare dati geologici, caratteristiche del terreno e testimonianze storiche, senza abbandonare una ricerca alla quale aveva dedicato gran parte della propria esistenza.

Il libro racconta anche il valore umano di questa lunga avventura. Il rapporto con Giuseppe Mistretta, la collaborazione durata tre anni, i sopralluoghi condivisi, le intuizioni, i momenti di entusiasmo e quelli di delusione. Due uomini uniti dall’amore per la propria terra e dal desiderio di restituire un possibile significato storico a una narrazione che appartiene da millenni all’identità culturale ennese. Nella nota introduttiva al suo libro Patrinicola esprime tutta la propria riconoscenza a Mistretta, riconoscendo quanto il suo contributo sia stato determinante nell’individuazione dei luoghi cercati per una vita intera. Parole dalle quali traspare l’emozione di chi, dopo decenni di tentativi, sente di essere finalmente arrivato vicino alla soluzione di un mistero. È qui che la vicenda di Patrinicola assume il suo significato più profondo: quel bambino di sette anni, affascinato dalle grotte e dalle leggende di Pergusa, è diventato un uomo di scienza senza mai smettere di inseguire il sogno che aveva acceso la sua curiosità.

Ma il valore di questo lavoro non riguarda soltanto la vicenda personale di Patrinicola. La sua ricerca riporta al centro dell’attenzione un patrimonio culturale straordinario, quello del mito di Proserpina, che Enna custodisce da millenni e che rappresenta una delle espressioni più profonde della sua identità. Una terra che potrebbe e dovrebbe vivere anche del proprio mito. Perché poche città possono vantare un legame così antico e potente con una narrazione capace di attraversare i secoli, ispirare poeti, scrittori e artisti e continuare ancora oggi ad alimentare interrogativi e ricerche. Eppure, mentre un uomo ha dedicato quasi settant’anni della propria esistenza a cercare le tracce di quel mito, viene spontaneo chiedersi quanto la sua città abbia fatto, nel frattempo, per valorizzarlo davvero.

Il lago di Pergusa, la Rocca di Cerere, Cozzo Matrice e l’intero paesaggio ennese costituiscono un patrimonio nel quale natura, storia, archeologia e mitologia si intrecciano in maniera straordinaria. Luoghi che potrebbero diventare protagonisti di un progetto di valorizzazione culturale e turistica ben più ambizioso, capace di trasformare un’eredità millenaria in opportunità di conoscenza, attrattività e sviluppo. Non basterebbe, naturalmente, affidarsi alla suggestione del racconto. Occorrerebbero investimenti nella ricerca, nella tutela dei luoghi, nella loro accessibilità e nella costruzione di percorsi culturali capaci di restituire al mito quella centralità che merita.

Il lavoro di Patrinicola rappresenta anche un invito in questa direzione. A non considerare il paesaggio soltanto come lo scenario di una leggenda, ma come una testimonianza preziosa, ancora capace di raccontare qualcosa del passato e di offrire nuove prospettive per il futuro.

Dopo quasi settant’anni di studi, dubbi, ostacoli e speranze, Francesco Paolo Patrinicola consegna alla sua città il risultato di una straordinaria ostinazione. Ma insieme alla sua ricerca le affida anche, inconsapevolmente, una domanda: quanto vale davvero il patrimonio che abbiamo ereditato, se non siamo capaci di riconoscerlo, proteggerlo e trasformarlo in una risorsa per il futuro? Patrinicola ha impiegato una vita a cercare ciò che si nasconde sotto la terra di Pergusa. Sarebbe un peccato se Enna continuasse a non vedere ciò che ha davanti agli occhi.

Manuela Acqua

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