Quando il silenzio diventa una lezione: il caso Aidone

C’è una lezione che non compare in nessun programma scolastico, ma che resta impressa più di tutte. È la lezione del silenzio. Ad Aidone, mentre le scuole aprono le porte a una visita pastorale che divide e interroga, un cittadino chiede risposte e non ne riceve. La vicenda non è religiosa: è una storia di legalità, responsabilità e coerenza istituzionale.
Il punto non è la fede.
Il punto è la coerenza delle istituzioni pubbliche.
Monsignor Gisana non è un visitatore qualsiasi. Il suo nome compare in una sentenza del Tribunale Penale di Enna del 5 marzo 2024 che, nel ricostruire un diverso procedimento, descrive una condotta che i giudici qualificano come gravemente omissiva nella tutela dei minori, in relazione alle attività di un sacerdote già segnalato per presunti abusi. Oggi lo stesso Monsignore è imputato in un procedimento penale con l’accusa di falsa testimonianza, in relazione a dichiarazioni rese ai magistrati. La sua posizione è al vaglio della Giustizia e, come impone la Costituzione, per lui vale la presunzione di innocenza. Proprio per questo, tuttavia, la scelta di offrirgli una tribuna istituzionale in una scuola statale appare, a molti, quantomeno problematica.
A sollevare la questione non è un polemista, ma una persona che quella storia l’ha attraversata sulla propria pelle. Antonio Messina, sopravvissuto a quegli abusi e cittadino che continua a credere nello Stato, ha scritto ai vertici scolastici competenti con una comunicazione formale inviata il 15 gennaio scorso. Ha chiesto una cosa semplice e profonda insieme: quali valori si intendono trasmettere agli studenti consentendo quell’incontro?
A oggi, non è arrivata alcuna risposta.
Nessun chiarimento. Nessuna spiegazione. Nessuna assunzione di responsabilità. Solo silenzio. Un silenzio che pesa ancora di più perché cala su un istituto che porta il nome di Giovanni Falcone, simbolo di una legalità che non ha mai fatto sconti all’omertà e che ha pagato il prezzo più alto per affermare il primato della verità.
È legittimo domandarsi perché una scuola pubblica scelga di aprire le proprie porte a una figura coinvolta in un procedimento per reati contro l’amministrazione della Giustizia, anziché investire con pari determinazione in percorsi di prevenzione, ascolto e tutela dei minori. Questa non è un’accusa: è una domanda educativa. È la domanda che ogni comunità dovrebbe porsi quando si parla ai ragazzi di legalità, responsabilità e fiducia nelle istituzioni.
Di fronte al vuoto lasciato a livello locale, la questione è ora approdata sul tavolo del Ministro dell’Istruzione e del Merito. A lui si chiede ciò che altri hanno evitato: assumere una responsabilità politica e morale. È compatibile con la missione della scuola pubblica offrire visibilità istituzionale a chi è imputato, secondo l’accusa, di aver ostacolato l’accertamento della verità?
Il diritto di critica non è un abuso: è il fondamento di una democrazia sana. Qui non si invocano condanne, ma coerenza. Perché se la scuola deve insegnare la legalità, deve anche incarnarla nelle sue scelte, nei suoi simboli e perfino nei suoi silenzi.
La domanda resta sospesa, pesante, impossibile da ignorare: da che parte sta lo Stato, ad Aidone?
Il Movimento “Non accetto prediche da chi copre un abuso”



