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Enna, restituire la storia: la sfida della riapertura del Museo Alessi

La proposta di costituire un comitato cittadino per la riapertura del Museo Alessi sta raccogliendo un largo consenso tra gli ennesi. A vent’anni dalla sua chiusura, molti cittadini avvertono con crescente disappunto l’impossibilità di accedere a una parte fondamentale della storia e della cultura della città.

Il Tesoro della Madonna e le collezioni Petroso e Alessi – straordinarie testimonianze di secoli di arte e devozione – restano oggi in una sorta di limbo, sottratte alla fruizione pubblica. Una situazione che molti attribuiscono alle scelte degli ultimi parroci della Chiesa Madre e, allo stesso tempo, all’inerzia delle istituzioni che dovrebbero vigilare sulla tutela e sulla valorizzazione di un patrimonio culturale considerato tra i più importanti della Sicilia.

La recente assemblea cittadina che ha promosso la nascita del comitato, ha registrato, tuttavia, un’assenza significativa: quella dei due interlocutori principali della vicenda, il vescovo della diocesi di Piazza Armerina e l’attuale parroco del Duomo di Enna. Figure inevitabilmente centrali, poiché – per il loro ruolo – sono i detentori della proprietà delle collezioni.

Eppure la storia racconta che non è sempre stato così. Per secoli la gestione della Chiesa Madre non fu esclusivamente ecclesiastica, ma condivisa con la comunità civile. Per oltre cinque secoli, infatti, la vita amministrativa della Matrice si svolse in stretta collaborazione tra il capitolo dei canonici e l’Universitas, cioè la comunità cittadina.

Numerosi documenti storici testimoniano questo legame profondo tra la chiesa e la città. Un esempio significativo emerge da atti notarili del XVI secolo: il 3 dicembre 1537 Antonino d’Emma e Antonino Mingrino destinarono un lascito alla Chiesa Madre affinché potessero “tenere e possedere una sepoltura e cappella nella majore ecclesia, presso l’immagine della Vergine Maria della Neve, scolpita accanto alla fonte dell’acqua benedetta”.

Questo gesto si inseriva in una tradizione di partecipazione civica alla vita della chiesa. Un secolo prima, infatti, l’edificio era stato devastato da un incendio che aveva risparmiato soltanto l’abside. La ricostruzione del tempio fu resa possibile proprio grazie alle offerte e alle donazioni dei cittadini.

Un segno simbolico di questa collaborazione è ancora visibile nell’architettura della chiesa: nella zona absidale compaiono due stemmi scolpiti, quello ecclesiastico sulla cappella del Santissimo e quello del Comune di Enna sulla cappella della Madonna. Un’immagine eloquente: una chiesa e un popolo.

Nel corso dell’Ottocento questo equilibrio iniziò però a incrinarsi. I canonici contestarono progressivamente la tradizionale “condivisione dei beni” e ottennero alcune sentenze favorevoli contro il cosiddetto patronato civico, cioè il diritto della comunità di partecipare all’amministrazione della chiesa.

Proprio per difendere questa tradizione, il 6 luglio 1869 il Consiglio municipale di Castrogiovanni approvò un regolamento destinato a disciplinare l’amministrazione della Chiesa Madre. La seduta fu presieduta dal sindaco Sebastiano Aiala Leto, con il segretario comunale Paolo Vetri e relatore Giovanni Roxas.

Il documento affermava con chiarezza un principio: la Chiesa Madre non era soltanto un’istituzione religiosa, ma anche una grande istituzione civile della città.

La sua ricostruzione dopo l’incendio del 1446 era stata possibile grazie alle offerte dei cittadini, ai beni donati dalla comunità e ai finanziamenti del Comune. Di conseguenza la città rivendicava un ruolo nella gestione dei beni della chiesa, che non erano destinati esclusivamente al culto.

Le rendite della Matrice sostenevano infatti numerose attività sociali: l’assistenza alle orfane, il sostegno ai poveri e ai malati, il pagamento di medici e medicinali, la distribuzione di elemosine. Accanto a queste vi erano anche importanti attività culturali, come la custodia della pinacoteca e il mantenimento del prestigioso corpo musicale cittadino.

Per garantire questo equilibrio tra Chiesa e comunità, il regolamento stabiliva che il Consiglio municipale eleggesse due deputati laici incaricati di partecipare all’amministrazione dei beni della Chiesa Madre. Senza la loro presenza il clero non avrebbe potuto costituire la maggioranza nelle decisioni.

Il provvedimento nasceva anche da una preoccupazione concreta. In quegli anni il neonato Regno d’Italia stava varando le cosiddette leggi eversive dell’asse ecclesiastico (1866-1867), che prevedevano la soppressione di molti ordini religiosi e il trasferimento dei loro beni allo Stato.

In molte città si temeva che anche le chiese locali potessero essere coinvolte in questo processo. A Castrogiovanni si sostenne quindi una tesi precisa: la Chiesa Madre non era una semplice istituzione ecclesiastica, ma un’istituzione civica nata dal popolo e sostenuta dalla comunità.

Il regolamento del 1869 rappresentò dunque non solo un atto amministrativo, ma anche una presa di posizione politica: difendere il carattere popolare della Matrice, garantire la partecipazione della città alla sua gestione e salvaguardare le opere sociali finanziate con i suoi beni.

Col passare del tempo, tuttavia, l’amministrazione dei beni della Chiesa Madre passò progressivamente nelle mani del solo capitolo dei canonici. La Fabbriceria del Duomo sopravvisse formalmente fino alla fine del Novecento, quando fu definitivamente soppressa.

La questione della riapertura del Museo Alessi si inserisce oggi dentro questa lunga storia. Non riguarda soltanto la fruizione di un patrimonio artistico, ma anche il rapporto tra la comunità cittadina e i beni che ne raccontano l’identità.

Le antiche vicissitudini sopra esposte rimangono vive nel sentimento civico del popolo ennese, ed oggi rimangono due gli elementi inconfutabili: la proprietà dei beni da parte della Chiesa e che il parroco pro tempore sia il legale rappresentante del Duomo di Enna. Ma alla proprietà si accompagna la responsabilità di un compito più ampio: quello della custodia e della valorizzazione.

Nella missione della Chiesa, accanto alla carità dell’evangelizzazione e della promozione umana, esiste infatti anche una “Caritas culturale” della quale, la custodia, la cura, la valorizzazione e la socializzazione dei beni storici ed artistici, costituisce un ambito privilegiato. I beni storici e artistici non sono solo oggetti del passato, sono strumenti per custodire le radici e l’anima di una comunità e spesso, in quanto espressione della fede e della teologia, anche strumenti della stessa evangelizzazione.

La riapertura del Museo Alessi non sarebbe soltanto un fatto museale, ma un gesto di restituzione della memoria e del suo patrimonio identitario alla città.

Federico Emma

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