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Rugolo, “ex sacerdote” solo a parole: nei registri risulta ancora presbitero

Nel dibattito pubblico che accompagna la vicenda giudiziaria di Giuseppe Rugolo, condannato in secondo grado per gravi reati di natura sessuale ai danni di minori, continua a imporsi una definizione che, allo stato dei fatti, appare quanto meno impropria: quella di “ex sacerdote”.

L’utilizzo di questa espressione, comprensibile nel linguaggio corrente e spesso adottato in assenza di comunicazioni ufficiali puntuali, non trova tuttavia allo stato degli atti un riscontro formale nei documenti ecclesiastici disponibili. I documenti ufficiali, infatti, raccontano una realtà diversa. Rugolo, ad oggi, risulta ancora inserito nell’elenco dei presbiteri della diocesi di Piazza Armerina. Non si tratta di un dettaglio formale o terminologico. Nel diritto canonico la perdita dello stato clericale non è automatica, non consegue direttamente a una condanna penale dello Stato e, soprattutto, presuppone un atto esplicito dell’autorità competente, ossia un decreto del Dicastero vaticano preposto, regolarmente notificato e reso pubblico.

Di tale atto, allo stato attuale, non esiste alcuna comunicazione ufficiale. Un elemento che trova conferma anche nelle parole della persona che per prima ha avuto il coraggio di denunciare.

Antonio Messina, la vittima riconosciuta attendibile in due gradi di giudizio, ha chiarito di non aver mai ricevuto riscontri concreti sulla presunta dimissione di Rugolo dallo stato clericale. In sostanza, a distanza di mesi, non vi è alcuna evidenza documentale che certifichi la perdita dello status sacerdotale, nonostante – come ricordato dallo stesso Messina – “nel luglio dello scorso anno il vescovo abbia fatto riferimento, in termini generici e suggestivi, all’esistenza di una “proposta” di dimissioni”. Una formula che, però, non equivale a un provvedimento, né produce effetti giuridici.

In assenza di un decreto formale, parlare di “ex sacerdote” non è solo inesatto: rischia di alimentare una narrazione rassicurante, che attenua la portata istituzionale della vicenda e sposta l’attenzione dal punto centrale, ossia la mancanza di chiarezza.

La condanna pronunciata dalla Corte d’Appello (che ha confermato l’impianto accusatorio già riconosciuto in primo grado) ha delineato un quadro di comportamenti giudicati incompatibili con qualsiasi funzione educativa, tanto più se esercitata all’interno di una relazione di autorità spirituale. I giudici hanno ritenuto credibile e coerente il racconto della vittima, respingendo la tesi del consenso e riconoscendo dinamiche di abuso fondate su una evidente asimmetria di potere, sull’invasione della sfera personale e sulla manipolazione.

È un punto che non può essere aggirato: la denuncia di Antonio Messina non è rimasta isolata, ma ha superato il vaglio rigoroso di due gradi di giudizio. Questo impone rispetto, cautela e sobrietà, soprattutto a chi ha responsabilità istituzionali.

Ed è proprio qui che la questione dello status sacerdotale assume un peso decisivo. Se un uomo condannato per violenza sessuale su minori risulta ancora formalmente presbitero, il problema non è solo giudiziario. È ecclesiale, morale e pubblico.

Nessuna sentenza ha attribuito responsabilità penali alla diocesi per i fatti contestati nel processo per violenza sessuale. Tuttavia, questo non esaurisce il tema delle responsabilità che emergono da questa vicenda. È infatti un dato oggettivo che il vescovo Rosario Gisana è attualmente imputato per falsa testimonianza nel procedimento collegato al caso Rugolo, insieme a don Vincenzo Murgano, parroco della Chiesa Madre di Enna. Si tratta di un procedimento distinto, nel quale vale naturalmente la presunzione di innocenza, ma che contribuisce a delineare un quadro nel quale la richiesta di trasparenza non può essere elusa.

In un contesto in cui sono in gioco la tutela dei minori e la credibilità delle istituzioni ecclesiastiche, la trasparenza non è una scelta comunicativa né un atto di cortesia: è un dovere morale e pubblico.

Stare dalla parte della vittima, oggi, significa anche rifiutare scorciatoie linguistiche e ambiguità comode. Significa attenersi ai fatti verificabili, chiamare le cose con il loro nome e pretendere che ogni livello istituzionale faccia fino in fondo la propria parte. Senza silenzi, senza opacità, senza zone d’ombra. Perché la giustizia non vive solo nelle sentenze. Vive anche nella chiarezza.

Manuela Acqua

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